| BERSANI | TABACCI | PUPPATO | VENDOLA | RENZI | |
| Brivio |
118
|
4
|
5
|
25
|
104
|
| Calco |
71
|
1
|
12
|
38
|
95
|
| Cernusco Lombardone |
125
|
5
|
17
|
41
|
101
|
| Imbersago |
91
|
3
|
4
|
23
|
48
|
| Lomagna |
107
|
4
|
12
|
46
|
112
|
| Merate |
287
|
15
|
26
|
120
|
330
|
| Montevecchia |
73
|
2
|
5
|
23
|
75
|
| Olgiate Molgora |
99
|
5
|
17
|
42
|
97
|
| Osnago |
113
|
1
|
21
|
54
|
86
|
| Paderno d'Adda |
112
|
2
|
2
|
32
|
79
|
| Robbiate |
122
|
3
|
14
|
34
|
143
|
| Rovagnate |
96
|
8
|
15
|
39
|
152
|
| Verderio Superiore |
132
|
3
|
19
|
41
|
97
|
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26 novembre 2012
Primarie: i risultati del meratese
09 settembre 2012
Incontro con Ettore Martinelli, segreteria nazionale PD.
Giovedi 27 settembre alle ore 20:45, nella sala civica di Olgiate Molgora in Via Sommi Picenardi, inizieremo l'attività politica e culturale del circondario Meratese con un incontro col prof. Ettore Martinelli, membro della Segreteria Nazionale del Partito Democratico.
In un momento particolarmente delicato e critico della storia del nostro Paese, il Partito Democratico si candida con tutti i titoli di merito per governare nella prossima legislatura.
Lo scopo dell'incontro è molteplice:
In un momento particolarmente delicato e critico della storia del nostro Paese, il Partito Democratico si candida con tutti i titoli di merito per governare nella prossima legislatura.
Lo scopo dell'incontro è molteplice:
- coinvolgere i circoli nella elaborazione della Carta d'Intenti del PD
- favorire il confronto fra i circoli e i vertici del partito
- permettere ai cittadini di comunicare con il PD
Il Prof. Martinelli, docente universitario e membro della segretaria nazionale del PD elaborerà poi quanto espresso dal circolo.
L'ultima parte della serata sarà dedicata al dibattito con i cittadini presenti.
Chi ha suggerimenti può lasciare un commento, quelli più meritevoli verranno sottoposti all'attenzione del prof Martinelli.
Chi ha suggerimenti può lasciare un commento, quelli più meritevoli verranno sottoposti all'attenzione del prof Martinelli.
Partecipa all'evento su Google+: http://goo.gl/tRSnA
02 agosto 2012
Appello dei circoli PD del circondario meratese
Il Partito Democratico è ad oggi l'unico partito a base popolare radicato nel territorio e non basato sul carisma del singolo leader fondatore.
Questa caratteristica deve essere la base per definire sia il processo di distribuzione di informazione nel partito che il processo decisionale.
I circoli PD facenti parte del circondario meratese sottolineano l'importanza di migliorare la circolazione delle informazioni all'interno dei vari livelli del partito, facendo sì che tale flusso avvenga in modo efficiente dall'alto verso il basso per permettere ai segretari di circoli di informare gli iscritti ed i simpatizzanti, ma anche dai circoli verso le strutture superiori del Partito in modo che le idee e le proposte della base ricevano riscontri e visibilità ed in modo che le posizioni assunte dal Partito siano il più possibile condivise.
Gli iscritti ed i simpatizzanti che fanno riferimento ai circoli del territorio non devono essere tenuti in conto solo in quanto uno strumento per fare propaganda.
Le feste e i momenti di incontro pubblici non devono servire solo a far parlare di noi, ma anche a spiegare le posizioni del partito e ad ascoltare i cittadini.
Il PD può così far conoscere le proposte, discuterne, migliorarle, confrontarle con quelle dei cittadini.
Una delle caratteristiche che unisce il popolo del partito democratico è la identificazione con un sistema di selezione dei propri rappresentanti basato sul concetto di elezioni Primarie.
Non si tratta solo di un tecnicismo, ma di uno dei capisaldi del nostro partito.
Ora, di fronte all'immobilismo della classe politica italiana ed alla prospettiva di andare a votare con la attuale legge elettorale, le primarie per scegliere i candidati al parlamento diventano anche uno straordinario strumento per avere deputati e senatori eletti dal popolo e non nominati e per fidelizzare i nostri potenziali elettori.
La definizione del regolamento di tali elezioni primarie è però altamente complicato, perché deve tener conto di requisiti di rappresentatività di territorio, di genere, di istanze sociali e professionali e deve poter permettere al partito di avere in Parlamento personalità preparate e di alto livello.
Chiediamo perciò con forza che il regolamento venga diffuso e discusso urgentemente con i circoli e che venga definito in dettaglio quanto tempo prima si svolgeranno le elezioni primarie rispetto alle elezioni politiche.
Se ciò non avverrà, la proposta provocatoria che vi sottoponiamo è di organizzare elezioni primarie a livello provinciale o, se rifiutato dal livello provinciale, a livello di ogni singolo circondario, per la scelta dei futuri candidati alle primarie.
Questa proposta non vuole essere un segno di allontanamento dei circoli dal Partito, ma una provocazione per evitare che le spinte conservatrici presenti nel partito impediscano una scelta popolare dei nostri rappresentanti. Questa proposta vuole insomma essere una scossa per smuovere le strutture di partito più che una dichiarazione di autonomia.
Abbiamo bisogno assoluto di affidarci a nuove classi dirigenti, basate su amministratori locali capaci e su rappresentati dell'associazionismo e del volontariato, delle categorie professionali e delle diverse realtà sociali che agiscono nei nostri paesi.
Per questo ho ricevuto dai circoli del cirrcondario meratese il mandato di verificare questa sensibilità anche a livello provinciale e negli altri circondari in modo tale da approvare in tempi brevissimi (entro settembre) un documento d'intenti da presentare all'assemblea provinciale in cui si chiede formalmente l'indizione di primarie provinciali o di circondario qualora non siano state indette dal livello regionale o nazionale.
Il regolamento dovrà essere pronto, almeno in bozza, per essere distribuito ai circoli entro Settembre; ogni contributo in tal senso è gradito.
Infine, ci preme ricordare che una mozione presentata dal circondario meratese era stata approvata a Febbraio 2011 dall'Assemblea Provinciale ed aveva invitato a sollevare il problema della definizione del regolamento per le primarie di selezione dei candidati al parlamento verso i livelli superiori del partito, fino al livello nazionale.
Attendendo vostri riscontri, porgiamo cordiali saluti
Per i circoli PD del circondario meratese
Il coordinatore di circondario
Canzio Dusi
19 giugno 2012
Elogio del pragmatismo (parte 2a)
Mi
chiedo quindi proprio in virtù di un pragmatismo corretto cosa non funzioni e
quindi cosa possa essere corretto all’interno del partito.
Una
prima questione quindi è il rapporto “base-vertice”:
se non si vuole che il consenso sia il frutto della fiducia e non della lealtà
politico/organizzativa dovremmo stabilire una regola della rappresentanza
elettiva che sia mantenuta costantemente e che si basi sul dibattito continuo
regolarmente accompagnato dalla assunzione di decisioni e di sintesi dello
stesso.
Faccio
un esempio concreto: assemblea nazionale dei circoli di sabato 23 giugno; non è
pensabile che possa andare a questa riunione chi è disponibile, chi lo vuole,
chi se la sente e che per giunta vada nella sostanza a titolo personale ed in
rappresentanza praticamente di se stesso senza che la posizione che potrebbe
esprimere non sia il frutto di una discussione dei circoli al livello
provinciale di riferimento.
Questo
atteggiamento è rappresentativo di due elementi negativi:
a)
non esiste una sintesi del dibattito;
b)
ognuno rappresenta solo se stesso e solo quando può partecipare, ed in ogni
caso il
“ quartier
generale” ha, gioco forza, facilità a decidere per tutti.
Questo
significa che in questo partito mancano i fondamentali della democrazia interna
e nemmeno il vecchio caro e vetusto centralismo democratico viene rimesso in
gioco.
Ciò
che questo atteggiamento produce è solo l’autoassoluzione del gruppo dirigente
e per altri versi mantiene in vita un secondo elemento negativo e cioè che ogni
dirigente si sente in dovere di esprimere sempre e comunque la propria
individuale posizione, vedi recentemente Fassina e Fioroni, senza citare come
usava fare la Melandri l’IO anziché il NOI nell’esprimere la posizione che
andava definendo, atteggiamento questo che contraddice il senso del partito
come “intellettuale collettivo”.
Mi
sembra che questo sia dal punto di vista interno forse il problema maggiore,
senza per questo disconoscere che la stessa costituzione delle fondazioni debba
trovare una soluzione che consenta la canalizzazione delle opinioni
(collettive?) dentro il dibattito delle strutture di partito, questione che
personalmente vedo in maniera positiva a fronte di un esercizio della rappresentanza
che non può più essere quello del secolo scorso ed ancor meno quello di una
partito che abbia un solo referente sociale relativo al mondo del lavoro.
A tale proposito riterrei opportuna che si
facesse proprio una riflessione a partire dalle modifiche sociali che sono
intervenute negli ultimi anni, proprio perché si è fortemente modificata la
composizione sociale della società italiana.
In
particolare due aspetti: il riferimento al mondo del lavoro, comunque
importante e che do per assodato non può non essere bilanciato da riferimenti a
tutto ciò che non è e a tutti coloro i quali non sono più “mondo del lavoro e della produzione”; non possiamo far finta che i
nostri referenti restino solo i 22 milioni di persone occupate a fronte di
circa 60 milioni di abitanti; la crescita della aspettativa di vita e l’aumento
della percentuale di disoccupati ci pone seriamente un problema di riequilibrio
della nostra attenzione politica, dove fermo restando l’importanza del “lavoro” non possiamo non ritenere altrettanto
importanti in termine di politiche strategiche di lungo periodo il mondo del “NON lavoro” e comunque considerando
sempre più come si sia modificata la composizione e il rapporto tra forza
lavoro dipendente ed autonoma.
Ciò
comporta la ridefinizione di un “minimo
comune multiplo sociale” che sia l’elemento collante ed unitario della
nostra base di riferimento e se stiamo passando da una società di produttori ad
una società sempre più caratterizzata dal consumo forse la categoria sociale di
riferimento potrebbe iniziare ad essere la categoria
dei consumatori in quanto ognuno di noi occupato o meno è produttore di consumo che sempre più
dovrebbe diventare un consumo ragionato, ecologico, etc.
Questa
riconversione del pensiero sociale e politico impone ovviamente l’abbandono o
la rielaborazione del vecchio pensiero novecentesco da un lato e la
riaffermazione di alcune basi ideologiche come il senso di eguaglianza e di
fraternità che in parte sono stati sviliti negli ultimi anni da un eccesso di
desiderio di “meritocrazia” che si
basava su di una concorrenza sfrenata e priva di valori.
Il
partito come strumento sociale non può quindi non essere che un strumento di
formazione collettivo, uno strumento di orientamento ideale, ma per esserlo
dive avere al proprio interno come regola di vita una forte caratterizzazione
etica, norme certe, elasticità di pensiero, capacita di elaborazione, sintesi e
compromesso che appartiene solo a chi ha saldi principi da cui si muove: non
dovrà essere la fiducia ( cioè un sentimento di sicurezza, e di affidamento,
stima incondizionata, credito) a muovere i rapporti interni, ma la lealtà
intesa come virtù che si manifesta con onestà di intenti e rapporti, sincerità
e schiettezza.
Alberto
Battaglia
22 aprile 2012
Crescere, Come?
Il tema della Crescita è l’argomento su cui puntare tutte le
forze.
Abbiamo già osservato che il rigore delle prime fasi del governo
Monti, unito a liberalizzazioni e semplificazioni, possono permettere da un lato
l’allontanamento dal baratro dell’insolvenza e dall’altro una razionalizzazione
della “macchina Italia”. Tuttavia questi elementi sono solo propedeutici ad uno
sviluppo e non sono sufficienti, come faceva notare Scarpinato nel suo articolo
dal titolo “LA GRECIA E’ VICINA”, già pubblicato nel Blog www.Europasiamonoi.wordpress.com.
nel marzo 2012.
Scarpinato sottolineava il grande peso della Illegalità ( e di
conseguenza della Corruzione e della Criminalità Organizzata); noi riteniamo che
oltre a operare in questa direzione, sia essenziale anche l’ammodernamento delle
strutture con le quali si ha a che fare a ogni passo. Anche lo sforzo di
razionalizzazione del cosiddetto “mercato del lavoro” è stato impostato in
questa ottica.
Ma tutto ciò non dà automaticamente luogo alla Crescita e
senza la Crescita ogni sforzo di razionalizzazione alla fine potrebbe risultare
insufficiente.
Di questo tema vogliamo parlare a Calco con un brillante
economista, molto disponibile ad aiutarci a capire i meccanismi della
macroeconomia, il prof, Francesco Paoletti della Università Milano Bicocca, e
con un imprenditore ben conosciuto nel territorio Meratese per la attività della
Calvi, l’azienda leader nel mondo per la produzione di profili metallici,
l’ing. Riccardo Chini. Riccardo Chini esporrà la filosofia della sua impresa
e indicherà gli elementi su cui ne fonda lo sviluppo.
L’incontro sarà il giorno 27 aprile alle ore 20,45, nella sala
civica di Calco, in via Volta.
Augusto Rimini
segretario circolo PD
Calco
11 aprile 2012
Sono finiti i tempi dei partiti dei leader?
La attuale situazione politica sembra indicare il tramonto del Partito del leader, cioè dei movimenti politici quasi esclusivamente identificati dal proprio padre fondatore e leader carismatico.
A ben guardare però, la situazione non sembra così generalizzabile.
Il discorso ovviamente si adatta perfettamente alla situazione del partito di Berlusconi, che pur cambiando nome non ha mai cambiato la sua fisionomia di partito azienda guidato da un capo unico e ben definito, mai eletto e mai sotto giudizio degli iscritti.
Con la crisi personale del leader, il partito di Berlusconi è ovviamente andato in difficoltà.
Lo stesso discorso però non si può applicare sic et simpliciter a tutti gli altri partiti che presentano uno schema simile. Proviamo a vedere perché:
Il partito deve coinvolgere i circoli e gli iscritti nel processo decisionale, non deve cedere alla tentazione di pericolosi accordi sulle legge elettorale che ci riportino ai tempi in cui il governo era deciso dai segretari dei partiti dopo le elezioni. Il contatto con la base e con i cittadini deve essere il motore per partecipare ad una fase di vero rinnovamento. In tal senso, anche un cambio generazionale della classe dirigente appare coerente e necessario, ed andrebbe a mio avviso applicato non tramite traumatiche guerre fra correnti ma con un approccio condiviso che permetta alla esperienza degli attuali dirigenti di rimanere disponibile. Il congresso, le primarie e tutte le altre forme di democrazia devono essere utilizzate per rinnovarsi nella continuità dei valori da difendere e da promuovere.
Canzio Dusi
Twitter: @CanzioDusi
A ben guardare però, la situazione non sembra così generalizzabile.
Il discorso ovviamente si adatta perfettamente alla situazione del partito di Berlusconi, che pur cambiando nome non ha mai cambiato la sua fisionomia di partito azienda guidato da un capo unico e ben definito, mai eletto e mai sotto giudizio degli iscritti.
Con la crisi personale del leader, il partito di Berlusconi è ovviamente andato in difficoltà.
Lo stesso discorso però non si può applicare sic et simpliciter a tutti gli altri partiti che presentano uno schema simile. Proviamo a vedere perché:
- IDV, da un punto di vista strutturale è il partito che più assomiglia al movimento berlusconiano, poiché vive quasi esclusivamente sul carisma del proprio fondatore Di Pietro, non sembra avere una base radicata nel paese. Il primo obiettivo dell’IDV è sempre apparso essere la sconfitta di Berlusconi. Paradossalmente, il problema dell’IDV oggi è quindi quello di sopravvivere alla fine di Berlusconi, dovendo trovarsi nuovi obiettivi e nuove strategie. Per ora Di Pietro ha solo trovato un nuovo nemico in Monti, ma non può essere questa la strada definitiva, per cui il partito è in un periodo di transizione che sembra confermare come lo schema del partito del leader non funzioni più
- FLI, in un certo senso anche qui il padre fondatore Fini è l’indiscusso leader, ma in questo caso la situazione è differente. Il FLI ha la possibilità di tornare ad essere partito di ispirazione popolare raccogliendo le istanze di una destra moderna che in Europa ha spesso goduto di successi elettorali importanti. In questo caso la fine del berlusconismo rappresenta una opportunità per uscire dalla destra populista e tornare a fare politica
- UDC, anche in questo caso il leader indiscusso è Casini, che sta tramando per tornare ad un Italia proporzionalista in cui un partito come il suo può agire da ago della bilancia post-elettorale per ottenere ruoli rilevanti con una minima, ma decisiva, percentuale di voti. Un pericoloso ritorno al passato che attualmente sembra quanto mai probabile
- Lega, il travaglio del movimento secessionista nasce dalle difficoltà del suo leader maximo e del suo cerchio magico, ma in realtà il movimento ha una sua presenza nel territorio e soprattutto ha una rispondenza culturale in una fetta significativa di popolazione che si riconosce nel populismo, nella filosofia del padroni a casa nostra, nell’individualismo come libertà personale e come obblighi per tutti gli altri, in particolare per chi riconosco come diverso da me. In questo caso la base culturalerimane ed è sul piano culturale che va combattuta la battaglia, non è (solo) un problema di leader, si tratta di sconfiggere una visione sociale negativa e diffusa.
Il partito deve coinvolgere i circoli e gli iscritti nel processo decisionale, non deve cedere alla tentazione di pericolosi accordi sulle legge elettorale che ci riportino ai tempi in cui il governo era deciso dai segretari dei partiti dopo le elezioni. Il contatto con la base e con i cittadini deve essere il motore per partecipare ad una fase di vero rinnovamento. In tal senso, anche un cambio generazionale della classe dirigente appare coerente e necessario, ed andrebbe a mio avviso applicato non tramite traumatiche guerre fra correnti ma con un approccio condiviso che permetta alla esperienza degli attuali dirigenti di rimanere disponibile. Il congresso, le primarie e tutte le altre forme di democrazia devono essere utilizzate per rinnovarsi nella continuità dei valori da difendere e da promuovere.
Canzio Dusi
Twitter: @CanzioDusi
06 aprile 2012
Maggioritario o proporzionale?
E’ fondamentale modificare la attuale legge elettorale in Parlamento.Per farlo, serve che una maggioranza di parlamentari converga su una proposta.
Detto questo, poiché ogni partito avrebbe la sua proposta, o si trova una sintesi che comprenda le diverse opzioni rischiando di generare l’ennesimo compromesso che non risolve nulla, oppure qualche partito arretra accettando la proposta che sembra avere più chance di raggiungere una possibile maggioranza di voti.
Se questo sarà il processo seguito per archiviare l’attuale vergognosa legge elettorale e ridare agli elettori la possibilità di scegliere da chi essere rappresentati, sarà giusto sostenere la nuova legge pur se non ci soddisfa.
Ricordiamo con l’occasione che il PD sostiene la legge elettorale maggioritaria uninominale a doppio turno.
Quale è il vantaggio del maggioritario rispetto al proporzionale?
Il principale vantaggio del meccanismo maggioritario consiste nel fatto che le coalizioni di governo ed i relativi programmi si definiscono prima di andare a votare, così l’elettore sceglie chi e come governerà.
Quando c’era il proporzionale, infatti, per esempio, un elettore particolarmente attento al problema della famiglia votava per la DC che nel suo programma prevedeva leggi di sostegno all’istituzione familiare.
Poi però il governo era composto da 5 partiti, i segretari di partito nominavano un primo ministro che magari l’elettore che stiamo usando ad esempio non avrebbe mai votato e il nuovo programma di governo non conteneva alcuna norma a favore della famiglia.
Il difetto del maggioritario invece sta nel fatto che chi vince, anche con un solo voto di scarto, governa e non c’è distribuzione proporzionale dei seggi rispetto ai voti. Inoltre, il maggioritario funziona se la coalizione resta compatta e coerente.
Il maggioritario a doppio turno, infine, permette di pesare al primo turno le varie componenti proprio per rendere poi più stabile la coalizione vincente.
Canzio Dusi
Twitter: @CanzioDusi
Detto questo, poiché ogni partito avrebbe la sua proposta, o si trova una sintesi che comprenda le diverse opzioni rischiando di generare l’ennesimo compromesso che non risolve nulla, oppure qualche partito arretra accettando la proposta che sembra avere più chance di raggiungere una possibile maggioranza di voti.
Se questo sarà il processo seguito per archiviare l’attuale vergognosa legge elettorale e ridare agli elettori la possibilità di scegliere da chi essere rappresentati, sarà giusto sostenere la nuova legge pur se non ci soddisfa.
Ricordiamo con l’occasione che il PD sostiene la legge elettorale maggioritaria uninominale a doppio turno.
Quale è il vantaggio del maggioritario rispetto al proporzionale?
Il principale vantaggio del meccanismo maggioritario consiste nel fatto che le coalizioni di governo ed i relativi programmi si definiscono prima di andare a votare, così l’elettore sceglie chi e come governerà.
Quando c’era il proporzionale, infatti, per esempio, un elettore particolarmente attento al problema della famiglia votava per la DC che nel suo programma prevedeva leggi di sostegno all’istituzione familiare.
Poi però il governo era composto da 5 partiti, i segretari di partito nominavano un primo ministro che magari l’elettore che stiamo usando ad esempio non avrebbe mai votato e il nuovo programma di governo non conteneva alcuna norma a favore della famiglia.
Il difetto del maggioritario invece sta nel fatto che chi vince, anche con un solo voto di scarto, governa e non c’è distribuzione proporzionale dei seggi rispetto ai voti. Inoltre, il maggioritario funziona se la coalizione resta compatta e coerente.
Il maggioritario a doppio turno, infine, permette di pesare al primo turno le varie componenti proprio per rendere poi più stabile la coalizione vincente.
Canzio Dusi
Twitter: @CanzioDusi
22 febbraio 2012
Unione con separazione dei beni
Ieri mattina, come ogni mattina, ho preso cappuccio e brioche mentre sfogliavo il Corriere.
Circa a metà dell'editoriale di Angelo Panebianco ho letto una cosa che proprio ignoravo.
Il PD è nato nel 2007 dalla fusione di Margherita e DS (e fin qui lo sapevo), fusione che però ho scoperto è stata solo parziale. Immaginavo che i vecchi simboli fossero ancora depositati da qualche parte e di proprietà diverse, non del PD, ma ero convinto che le strutture si fossero completamente fuse.. del resto la nascita del nuovo partito è stato un evento epocale.
Beh.. oggi scopro che in realtà i conti correnti e le proprietà sono sempre rimaste divise, insomma, le cose che valgono si sono ben guardati dal metterle in comune.
E allora mi chiedo... è stato tutto fatto in previsione di un divorzio? Ci si è fusi assieme con una buona dose di diffidenza?
Io non appartenevo ne all'una ne all'altro, il PD è stato l'unico partito per il quale mi sia mai impegnato, e la divisione che si percepiva nelle riunioni e nei discorsi pensavo che col tempo sarebbe andata a scemare fino a scomparire. Doveva per forza andare così visto che il partito ora era uno solo.
Oggi invece scopro che nell'organizzazione profonda, di base, il PD è sempre stato diviso, che non è mai stato un solo partito, che sono due che si presentano con un nome comune: una sorta di joint-venture, non una nuova società.
E allora certe divisioni, anche a livello dirigenziale, prendono nuovi significati, allora comincio veramente a disperare sul fatto che questo partito possa veramente diventare quello che tutti noi sognavamo.
Ancora una volta vedo il distacco che c'è tra chi sta alla base del PD, quelli che fanno i banchetti, che hanno voglia di cambiare veramente le cose, e chi il PD lo comanda, lo dirige: la base vuole il partito unico, i vertici tengono le casse separate.
Ma a Roma c'è la volontà di fare un partito unico, di fare il Partito Democratico?
C'è veramente questa volontà?
Perchè io comincio a temere tanto che sia stata una semplice mossa di strategia politica, non un atto di fede, di impegno, di volontà per cambiare il mondo nel quale viviamo.
Ovviamente spero di sbagliarmi.
Diego Savardi
Twitter: @siego
21 febbraio 2012
Elezioni
Il prossimo importante snodo della politica italiana sarà legato alle elezioni amministrative.
Se ne parlava anche durante l’incontro molto interessante di Giovedì scorso a Calco in cui si discuteva degli effetti della finanziaria sui bilanci dei Comuni.
Il PDL inizia ad ipotizzare di presentarsi come lista civica, senza simbolo. Un chiaro segnale di paura per i risultati che potrebbero essere molto negativi.
Se il PDL uscisse dalle elezioni con le ossa rotte, ecco che per esempio il ministro Passera potrebbe forzare la richiesta di pagare le frequenze televisive beneficiando del poco interesse che avrebbe il PDL a far cadere il governo per andare a elezioni anticipate.
Come si sa, il PDL basa la sua strategia sui sondaggi ed evidentemente i risultati che stanno giungendo ai vertici del PDL non sono incoraggianti.
In realtà, ci sono sondaggi in circolazione molto diversi fra loro.
Tutte queste consultazioni più o meno complete confermano in ogni caso che esiste davvero un partito che uscirebbe oggi vincente a mani basse dalle urne: il partito del non voto.
I potenziali elettori che oggi non andrebbero a votare rappresentano la vera sfida di ogni partito.
Il PD deve convincere questi elettori di essere un partito affidabile, con le idee chiare, in grado di governare con linearità e di dare stabilità al paese. Sembra facile, ma in realtà un partito che vuole essere la alta sintesi di culture fra loro diverse deve scontrarsi con un continuo tentativo delle proprie componenti di distinguersi dalle altre, di non farsi omologare dal partito nella sua globalità.
Ecco perché purtroppo leader nazionali importanti, che avrebbero tutte le sedi e le opportunità per portare avanti le loro posizioni all’interno del partito, preferiscono spesso la grancassa dei media. L’obiettivo non è sostenere le loro posizioni all’interno del partito, ma lanciare messaggi di distinzione verso l’esterno per ottenere visibilità al di fuori del partito stesso.
L’effetto di queste amplificazioni dei distinguo presenti all’interno del PD fa aumentare la diffidenza degli elettori che tenderebbero a votare un partito riformista e di centro-sinistra, ma non vogliono assistere all’ennesimo spettacolo di litigi, divisioni, rotture.
Usciamo pure dalle nostre riunioni interne con gli occhi pesti e la mani gonfie, ma con una posizione finale unitaria. Chiunque parla a nome del PD, riporti la versione ufficiale prima di tutto. Non è vietato spiegare le proprie remore, ma non è ammissibile farne una bandiera di distinzione incolmabile.
Il coordinatore dei circoli PD del meratese
Canzio Dusi
Twitter: @CanzioDusi
Se ne parlava anche durante l’incontro molto interessante di Giovedì scorso a Calco in cui si discuteva degli effetti della finanziaria sui bilanci dei Comuni.
Il PDL inizia ad ipotizzare di presentarsi come lista civica, senza simbolo. Un chiaro segnale di paura per i risultati che potrebbero essere molto negativi.
Se il PDL uscisse dalle elezioni con le ossa rotte, ecco che per esempio il ministro Passera potrebbe forzare la richiesta di pagare le frequenze televisive beneficiando del poco interesse che avrebbe il PDL a far cadere il governo per andare a elezioni anticipate.
Come si sa, il PDL basa la sua strategia sui sondaggi ed evidentemente i risultati che stanno giungendo ai vertici del PDL non sono incoraggianti.
In realtà, ci sono sondaggi in circolazione molto diversi fra loro.
Tutte queste consultazioni più o meno complete confermano in ogni caso che esiste davvero un partito che uscirebbe oggi vincente a mani basse dalle urne: il partito del non voto.
I potenziali elettori che oggi non andrebbero a votare rappresentano la vera sfida di ogni partito.
Il PD deve convincere questi elettori di essere un partito affidabile, con le idee chiare, in grado di governare con linearità e di dare stabilità al paese. Sembra facile, ma in realtà un partito che vuole essere la alta sintesi di culture fra loro diverse deve scontrarsi con un continuo tentativo delle proprie componenti di distinguersi dalle altre, di non farsi omologare dal partito nella sua globalità.
Ecco perché purtroppo leader nazionali importanti, che avrebbero tutte le sedi e le opportunità per portare avanti le loro posizioni all’interno del partito, preferiscono spesso la grancassa dei media. L’obiettivo non è sostenere le loro posizioni all’interno del partito, ma lanciare messaggi di distinzione verso l’esterno per ottenere visibilità al di fuori del partito stesso.
L’effetto di queste amplificazioni dei distinguo presenti all’interno del PD fa aumentare la diffidenza degli elettori che tenderebbero a votare un partito riformista e di centro-sinistra, ma non vogliono assistere all’ennesimo spettacolo di litigi, divisioni, rotture.
Usciamo pure dalle nostre riunioni interne con gli occhi pesti e la mani gonfie, ma con una posizione finale unitaria. Chiunque parla a nome del PD, riporti la versione ufficiale prima di tutto. Non è vietato spiegare le proprie remore, ma non è ammissibile farne una bandiera di distinzione incolmabile.
Il coordinatore dei circoli PD del meratese
Canzio Dusi
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